Should I stay or should I go? Rimango o me ne vado?
Scritto da Paola Marinone   
venerdì 19 ottobre 2007
Dalla laurea al lavoro tra il Bel Paese e la Tigre Celtica.
Aumentano i giovani laureati che decidono lavorare fuori dall’Italia dove trovano più opportunità e si sentono valorizzati.
 
Milano. 26 anni. Ultimo esame, in procinto di discutere la tesi e poi, la tensione e la paura di entrare nel mondo del lavoro. La paura di non essere abbastanza bravo, di fare la scelta sbagliata o di non cogliere le opportunità migliori.

In questa situazione si è trovato ogni laureando che si avvicinava al momento delle scelte. Oggi però a questo timore si aggiunge la paura, fondata, di passare da uno stage ad un altro senza nessun riconoscimento, senza possibilità di crescita e opportunità per il futuro, oltre che senza soldi.

A chi è lontano anagraficamente da questo tipo di esperienza, può sembrare uno scenario di fantasia, magari per nascondere una poca voglia di lavorare o semplicemente insicurezza. Invece in Italia è sempre più difficile trovare uno spazio lavorativo, ancor meno uno spazio che permetta di mettere in pratica le proprie competenze e dove sia possibile farsene di altre. Questo vale non solo per i giovani laureati, ma anche per coloro i quali la laurea è orami un ricordo nell’album delle fotografie (digitali, ovvio).

Dublino. 22 anni. La laurea un passo obbligato per entrare nel mondo del lavoro con ambizioni, da non tenere necessariamente nascoste. Uno stage, forse. Retribuito, certamente. Un primo passo per fare questo grande salto è dare una scorsa ai tanti siti internet con offerte di lavoro che si susseguono un giorno dopo l’altro. Un primo contratto di stage, forse. Un secondo contratto a tempo indeterminato, quasi una certezza.

Ma cosa c’è di diverso tra il Mario e il Patrick di turno? Per Mario resteranno tanti dubbi e poche certezze. Per Patrick la consapevolezza di avere molte alternative, e di aver la libertà di cambiare, sperimentare e scegliere la propria strada in maniera più serena.

Non sono due casi estremi, ma sembrano mondi lontani. L’Italia, che pensa ai suoi pensionati, al suo passato e a tirare a campare. L’Irlanda, che ha tassi di crescita economica assolutamente impensabili per la vecchia Europa continentale (dal 1998 ad oggi il prodotto interno lordo è cresciuto in media del 6,80%, l’Italia dell’1,27%,  ISTAT e Central Statistics Office Ireland ), e che punta sui giovani, sia irlandesi che stranieri.
Ma cos’anno in comune questi due paesi?Ggiovani con la voglia di mettersi in gioco, di crescere personalmente e professionalmente, di fare nuove esperienze. I figli della Nuova Europa. La generazione degli erasmus. Quelli che hanno studiato all’estero e le cui radici sono qui e lì e che non si stancano di viaggiare in lungo e in largo senza sosta.

Il presente di questa generazione degli erasmus passa anche dall’Irlanda e soprattutto da Dublino. Una città che è diventata crocevia delle culture europee, tutte rappresentate da giovani, laureati e non, in cerca di nuove opportunità e riconoscimenti lavorativi, che in alcuni casi altrove gli sono negati.
Sperando che l’Italia possa trarne esempio.

 
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